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Liceo classico

A che servono i Greci e i Romani?
L'Italia e la cultura umanistica

Maurizio Bettini

Una volta Beniamino Placido mi ha raccontato questo aneddoto:

Nei primi anni Sessanta del Novecento uno scienziato americano si presentò di fronte a un’importante commissione federale per discutere la richiesta di finanziamento che aveva presentato al Governo. La commissione era presieduta da John Pastore, severo e temuto senatore repubblicano del Rhode Island. Dunque lo scienziato cominciò a esporre il proprio progetto, che riguardava una ricerca di fisica teorica, ma nel bel mezzo della spiegazione Pastore lo interruppe con questa domanda: «Professore, il suo progetto serve a difendere la nostra patria?» Lo scienziato rimase interdetto per qualche secondo, poi disse: «No. Ma serve a rendere la nostra patria piú degna di essere difesa».

Questa replica dello scienziato al potente senatore meriterebbe di comparire in una fra le tante raccolte di «detti celebri» cosí amate dagli antichi. Per certo non sfigurerebbe accanto alla risposta che quella vecchia dette a Filippo di Macedonia quando questi le disse che non aveva tempo per giudicare il suo caso: «Be’, allora non fare il re!» aveva detto la vecchia1. Il fatto poi che a raccontare la storia del fisico e di John Pastore fosse proprio Beniamino Placido – impossibile dimenticare l’intelligenza con cui affrontava i problemi suscitati quotidianamente dalla nostra società – ne accresce ulteriormente il valore di exemplum. Non c’è dubbio infatti che, se la si guarda con gli occhi di un senatore americano ossessionato dalla Guerra fredda, non solo la fisica teorica, ma anche la maggior parte della creazione intellettuale non «serve» a gran che; cosí come «serve» ugualmente a poco nella prospettiva di un economista che misura il valore o il significato di una civiltà basandosi esclusivamente sul metro del PIL. Se però la cultura la si osserva dal punto di vista delle donne e degli uomini che – oltre ad accrescere il PIL – sono interessati a vivere una vita «degna» di essere vissuta, il discorso cambia radicalmente. A quel punto servono improvvisamente a qualcosa, anzi a molto, non solo la fisica teorica, ma anche la letteratura, l’arte, la filosofia e perfino la conoscenza del teorema di Pitagora (che difficilmente sarà «servito» a qualcuno dopo averlo imparato a scuola). «La coltura», scriveva Gaetano Salvemini, «è la somma di tutte quelle cognizioni che non rispondono a nessuno scopo pratico, ma che si debbono possedere se si vuole essere degli esseri umani e non delle macchine specializzate. La coltura è il superfluo indispensabile»2.

 

1. PLUTARCO, Regum et imperatorum apophthegmata, 22.
2. G. SALVEMINI, Che cosa è la coltura?, Guanda, Parma 1954, p. 11.

 

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